Paul Russotto e l’Europa

Non cerco mai, né “dentro”, né fuori,
né nell’arte in genere,
uno stato di riposo.
Willem De Kooning, 1951

 

Quando, intorno al 1960, il fenomeno della Pop Art, abilmente manovrato da Leo Castelli, comincia a diffondersi negli Stati Uniti, Paul Russotto ha sedici anni, pratica con passione il disegno guardando a Rembrandt come a un nume tutelare  e non si rende minimamente conto della disgregazione linguistica in atto nel mondo dell’arte invaso dalle immagini dei rotocalchi, del cinema e della televisione, dai fumetti, dagli oggetti di largo consumo, espressione di una società, quella americana, nel pieno del suo sviluppo industriale e della sua potenza.

Paul muove i suoi primi passi dal disegno delle caverne mentre va affermandosi il carattere antiespressivo della pop – art che, pur non rifiutando l’elemento pittorico e la sua tradizione, incorpora l’oggetto al quadro, pratica il piacere del rifiuto urbano, del residuo e del simbolo di un mondo decrepito che ha nella bottiglia di Coca Cola il suo emblema.

Gli insegnanti dell’Art Students League di New York dove, intanto, si è iscritto, hanno avuto modo di parlargli dei rapporti tra la cultura figurativa americana e la storia dell’arte europea , non dimenticando la crisi in cui è precipitata la pittura occidentale, eppure la sua scelta dell’Europa, del Mediterraneo, della Grecia, dell’Italia, è immediata, quasi come Gorky e Pollock, come Cy Twombly. Non sa fare a meno della memoria e della geometria, “della nostalgia, della leggenda, del mito” di cui scrive Rothko  e che Jasper Johns e Robert Rauschenberg hanno abbandonato bruciando l’esperienza della pittura nella forza espressiva dei materiali
e nella propria condizione esistenziale.

Eccolo, allora, mettere al centro della sua formazione il disegno, scoprire e individuare nel segno ciò che può essere suggerito alla pittura: una struttura, un metodo, la strada per l’ignoto, la linea diretta con l’inconscio. Così come al centro delle sue tecniche e dei suoi strumenti, fino alla fine, il carboncino, l’inchiostro, la matita saranno fondamentali per tutti i tracciati e le formulazioni visive utili a seguire il progresso del pensiero nella lettura della realtà circostante e nella comunicazione di questa esperienza.

Dal disegno alla pittura il passo è breve, anche se le tensioni del colore e della forma si moltiplicano. Resta la lezione di Kline (“La pittura è una forma di disegno e la pittura che mi piace ha in sé una forma di disegno. Non vedo come potrebbe essere separata dalla natura del disegno”), la scoperta di Cézanne sulla struttura dei piani in rapporto diretto col colore  e la costante attenzione di Picasso per la sovrapposizione delle immagini che, ripercorrendo a ritroso i secoli, arrivano direttamente alla caverna delle prime linee-esperienza di Paul. Saranno queste linee a indicargli la strada, ardua, che da Rubens perviene a Matisse e da questi a De Kooning, all’insegna di una tradizione modernista da ampliare aprendosi un varco con l’aiuto di Charles Baudelaire o rendendo omaggio a Balthasar Klossowski de Rola, senza farsi tentare dalle tendenze del momento, magari guardando all’Espressionismo Astratto per capire proprio Cézanne o Picasso e viceversa, tutti necessari per la semplificazione concettuale da raggiungere e l’immagine definitiva da conquistare. Rose Slivka è precisa: “Russotto non cerca di dipingere nient’altro che la simultaneità, la sincronia e la natura a più strati che caratterizza la realtà”.

Come a dire: Russotto, attraverso l’espressionismo astratto, alla ricerca di perfezione e chiarezza, ha capito i futuristi, Tobey, Baziotes, Motherwell e soprattutto Gorky, senza dimenticare le pitture rupestri paleolitiche di Pech Merle.
Infatti, partiamo dal cumulo di frammenti di disegni di ogni stagione casualmente messi insieme  e costantemente modificati con un processo di addizione e sottrazione moltiplicazione e divisione utili per uscire dal caos inseguendo l’affermazione di una scheggia o la cancellazione di una cicatrice. L’immagine che ne deriva e la sua abolizione, squarcio di una realtà tutta da strutturare, sono solo il primo stato di una ricerca senza fine che trova nel collage le possibilità di quel montaggio dinamico capace di dare alla linea dei disegni distrutti l’equilibrio necessario a raggiungere una realtà più profonda, dove tradizione e innovazione diventano una cosa sola.

La distruzione dell’immagine precedente, quindi, non è mai del tutto compiuta né definitiva, tale è la singolarità plastica di Paul a dedurre nuove immagini da intuizioni immediate portate a fare della pittura un veicolo di intense emozioni. Quante volte si è chiesto, nel corso degli anni, sulle pagine dei suoi taccuini, che l’arte deve rispondere all’esigenza di un rapporto profondo dell’uomo con il cosmo?

Giuseppe Appella

Paul Russotto - Studio di me stesso, 1975 - Olio su tela, cm 216x185